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Domani la direzione del PD

Bersani lancia patto ricostruzione e sfida il Pdl sui due turni

Il Segretario dei Democratici: Offerta a progressisti, moderati e società civile. La minaccia di Vendola e Di Pietro di «andare da soli», insomma, viene ritenuta abbastanza spuntata in casa PD

TM News | 28/05/2012 - 21.00

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Il Segretario del PD, Pierluigi Bersani

ROMA - Alleanze e riforme, soprattutto, nel menù della direzione Pd di domani, ma rischia di restare deluso chi si aspetta risposte definitive. Pier Luigi Bersani arriva alla riunione del parlamentino del Pd pressato da Sel e Idv che gli hanno recapitato un vero e proprio 'ultimatum' in tema di alleanze, mentre il Pdl lo incalza con la proposta del semipresidenzialismo. Il segretario democratico, però, può contare sul ruolo di unico grande partito superstite dopo le amministrative e difficilmente accetterà di stare al gioco che cercano di imporgli alleati e avversari: sul fronte delle alleanze, Bersani dovrebbe limitarsi a riproporre il 'patto per la ricostruzione' di cui parla da mesi, un'offerta rivolta al centrosinistra ma anche ai «moderati costituzionali», cioè i centristi che hanno a cuore le regole della democrazia, senza dimenticare «tutto quello che si muove nella società», ovvero movimenti e liste civiche che ruotano intorno al centrosinistra.

Un appello «largo», come ama ripetere il segretario PD, per «ricostruire il Paese», ma certo non quegli «stati generali della sinistra» pretesi da Nichi Vendola e Antonio Di Pietro. Inutile dire che Bersani non ha affatto gradito la scenetta dei due alleati in trasmissione su La7 seduti accanto alla sua sagoma di cartone. Ma il leader Pd non ha nessuna intenzione di sottostare all' «ultimatum» di Idv e Sel, perché convinto che dopo il risultato delle amministrative nessuna forza di centrosinistra potrà pensare di fare a meno del Pd.

La minaccia di Vendola e Di Pietro di «andare da soli», insomma, viene ritenuta abbastanza spuntata in casa Pd. D'altro canto, bisogna ancora capire cosa accade nel centrodestra, si tratta di vedere, spiega Bersani, come verrà riempito quel «vuoto» che si è creato, come si posizionerà Luca di Montezemolo, cosa sceglierà di fare Pier Ferdinando Casini. E, in ogni caso, il leader Pd non vuole certo ripetere l'errore del '94, quando il fronte dei progressisti definì i suoi confini troppo presto e finì battuto dalla novità Berlusconi. Insomma, non c'è nessun motivo per delimitare ora il campo, il Pd dopo le amministrative ha un vantaggio sugli altri partiti e cercherà di usarlo, lanciando appunto un «patto per la ricostruzione» e aspettando di vedere cosa accade. «Siamo noi a dettare i tempi - diceva qualche giorno fa un esponente della segreteria - siamo noi il primo partito». Anche di fronte alle tante ipotesi di liste civiche, da quella di Michele Emiliano a quella del giro Repubblica, l'atteggiamento sarà di apertura, in attesa di vedere cosa si concretizzerà davvero. Anche perché alla fine una lista 'a destra' del Pd potrebbe pure fare comodo se davvero i centristi andranno con il centrodestra.

Sul fronte riforme, poi, Bersani dovrebbe correggere leggermente il messaggio, rispetto alla reazione avuta a caldo sull'ipotesi del semipresidenzialismo. Nei giorni scorsi si è già avuto un assaggio di qualche polemica tra chi nel Pd pensa che si debba «andare a vedere il bluff» di Berlusconi e chi è per la linea del 'no' secco. Dario Franceschini, Luciano Violante, Enrico Letta, Paolo Gentiloni hanno pubblicamente suggerito una linea di rilancio, rispetto alla sortita di Berlusconi; altri come la Bindi, la Finocchiaro, Chiti, hanno chiuso la porta senza se e senza ma.
Bersani di sicuro non vuole trovarsi davanti a un dibattito del genere nel partito, in questo momento, e cercherà di tracciare una linea che chiuda ogni possibile discussione interna. La proposta di Berlusconi è finta, per il leader Pd, su questo non ci sono dubbi: difficile immaginare di riscrivere una trentina di articoli della Costituzione in quattro-cinque mesi. Ma Bersani dovrebbe ascoltare i consigli di chi lo mette in guardia dal dire solo 'no', il segretario democratico dovrebbe ribadire che il Pd non ha «tabù» a discutere anche di semipresidenzialismo ma non è disposto ad assecondare iniziative che puntano a bloccare la riforma elettorale.

Dunque, sarà il rilancio del segretario, si parta dal doppio turno alla francese, che è parte integrante del semipresidenzialismo ma può funzionare anche con il sistema attuale. E, parallelamente, si potrà ragionare su tutto.

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